30 anni fa: lo scandalo del VINO al METANOLO

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frodi vino, salute, alcol, controlli

Il 18 marzo 1986 l’ANSA batte la notizia che, in seguito alle segnalazioni di alcuni casi di avvelenamento registrati a Milano, il sostituto procuratore della Repubblica Alberto Nobili viene incaricato di fare luce su quello che sarebbe stato il più grave episodio di attentato alla salute perpetrato con una frode alimentare: il vino al metanolo.

Il caso provocò 23 vittime e 19 persone con lesioni gravissime (perdita della vista) a causa delle intossicazioni causate dalla pratica fraudolenta di aumentare la gradazione alcolica del vino con il metanolo o alcool metilico.
Ufficialmente la data a cui viene attribuito l'inizio della vicenda è il 18 marzo, giorno di inizio delle indagini, ma il sospetto aveva preso corpo nei primi giorni di marzo: il 3 e il 5 del mese, infatti, morirono Armando Bisogni di 48 anni e Renzo Cappelletti di 58 anni per una intossicazione da metanolo. Un'altra persona, Benito Casetto, morì pochi giorni dopo, dopo un inutile ricovero al Centro antiveleni dell'Ospedale Niguarda a Milano.

 

Le indagini

All'inizio le indagini furono frenate dal fatto che le tre vittime avevano in comune il fatto di essere etilisti ma i Carabinieri scoprirono che i morti erano abituali consumatori di un vino Barbera prodotto da una cantina della provincia di Asti.
Altre due persone che avevano bevuto lo stesso vino furono ricoverate tra la vita e la morte. Avevano brindato a una festa di compleanno. Sempre in quei giorni la prima intossicata donna fu ricoverata al Niguarda. Per tutti, stesso vino ingerito, proveniente da Asti, che era normalmente in vendita nei supermercati.
Dopo pochi giorni le autorità italiane resero nota la marca dei vini che avevano causato i primi casi di avvelenamento: si trattava del Barbera da tavola e bianco da tavola imbottigliato dalla ditta di Carlo e Vincenzo Odore (foto), titolari della società in nome collettivo di Incisa Scapaccino (Asti) e venduto nei supermercati Gs, Esselunga e Coop. Vincenzo Odore finì in manette e raccontò di essersi rifornito pochi giorni prima dalla premiata ditta Ciravegna.

Le vittime avevano bevuto vino prodotto dalle cantine della ditta Ciravegna di Narzole in provincia di Cuneo, vino a cui i titolari, Giovanni e il figlio Daniele Ciravegna, avevano aggiunto dosi elevatissime di metanolo per alzare la gradazione alcolica, malgrado la tossicità per l'organismo. Se il figlio Daniele è un enotecnico diplomato al prestigioso istituto di Alba, il padre Giovanni è una vecchia conoscenza degli organi di controllo: più volte è stato oggetto di indagine per sofisticazione del vino. Già nel 1984 l'Ispettorato centrale repressione frodo (ICRF) di Treviso contestò alla ditta Ciravegna un uso improprio ed eccessivo di metanolo. A seguito del controllo e delle analisi condotte fu eseguito un sequestro preventivo e partì contestualmente una denuncia penale della quale non si ebbe più traccia, tanto che i titolari continuarono a produrre vino indisturbati fino all'evento drammatico.

Nel capannone di Narzole si trovano 9000 ettolitri di vino adulterato. Accertamenti di laboratorio, eseguiti dall’Istituto di medicina legale e dall’Ufficio provinciale di igiene e profilassi di Milano, su campioni di vino prelevato sia nei supermercati che presso la ditta produttrice, rivelarono la presenza di alcool metilico in quantità pari a 6 gradi alcolici, 20 volte superiore a quella prevista dalla legge (0,30 millilitri ogni cento millilitri nel rosso e 0,20 nei bianchi: in gradi alcolici sono rispettivamente 0,3 e 0,2). Il metanolo si ottiene, infatti, in maniera naturale dalla fermentazione dell'uva e quantità esigue di esso sono quindi considerate normali ma l'alcol metilico in dosi elevate è tossico e può rivelarsi letale, come nel caso del vino al metanolo di 30 anni fa.
Dalla Procura partirono comunicazioni giudiziarie per le ipotesi di reato di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose, violazione dell’art. 22, comma 2, lett. d) del D.P.R. 12 febbraio 1965, n. 162 Norme per la repressione delle frodi nella preparazione e nel commercio dei mosti, vini ed aceti che fissa i limiti massimi entro i quali deve essere contenuta la quantità di alcool metilico nel vino.
Dopo i primi ricoveri all’ospedale Niguarda di Milano, fu il caos. All'epoca il ministro dell’Agricoltura era il democristiano Filippo Pandolfi, che apparve in tv cercando di tranquillizzare la gente. I giornali pubblicavano liste di vini proibiti. Il Ministro Pandolfi riferì, davanti alla commissione Agricoltura del Senato, che in Italia circolavano circa 600 mila litri di “vino-killer”. Pandolfi ammise che nelle indagini sul vino al metanolo si erano perduti giorni preziosi: la prima ipotesi  considerava solo la presenza di partite di vino bianco tramutato in rosso con l’aggiunta di infime quantità di alcool metilico. Solo le analisi chimiche approfondite alzarono il velo sull'entità della frode tossica.
Il 24 marzo 1986 una nave cisterna italiana, venne sequestrata a Sète in Francia. Il carico di vino della nave cisterna italiana Kaliste fu messo sotto sequestro in quanto il vino trasportato della ditta Antonio Fusco di Manduria (Taranto) venne sospettato di contenere metanolo, come poi fu accertato con analisi più approfondite. In Germania, nella regione del Baden Wuerttemberg, il Ministero della sanità fece sequestrare 500 bottiglie di Barbera d’Asti che presentavano – all’analisi – un contenuto di 6.7 grammi di metanolo per litro, prodotti dall’azienda vinicola Giovanni Bianco di Castagnole Lanze in Piemonte.

 

Alcune cause

L'anno 1984 è stato l'anno cruciale per questa frode. Infatti fino ad allora nessuno aveva pensato di ricorrere a tale pratica di sofisticazione perché fino a quel momento mancava la convenienza economica dell’operazione illecita.
Questo tipo di adulterazione del vino diventa, infatti, conveniente con l’emanazione della Legge 28 luglio 1984 n. 408 Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 15 giugno 1984, n. 232, concernente modificazioni al regime fiscale per gli alcoli e per alcune bevande alcoliche, in attuazione delle sentenze 15 luglio 1982 e 15 marzo 1983 emesse dalla Corte di giustizia delle Comunità europee nelle cause n. 216/81 e n. 319/81. In aggiunta le disposizione sull'aumento dell'imposta sul valore aggiunto su alcuni vini spumanti e dell'imposta di fabbricazione sugli alcoli, che ha detassato il metanolo e lo ha sottratto alla vigilanza degli uffici finanziari, hanno per conseguenza che il costo del metanolo diviene, in proporzione, dieci volte inferiore a quello dell’alcol etilico.
Alcuni produttori e commercianti spregiudicati approfittando delle carenze nel sistema di controllo sugli alimenti decidono, dunque, di conseguire il massimo profitto con il minimo costo della materia prima e con il minor rischio di essere sorpresi in flagranza, perché la sofisticazione attuata con il metanolo in alternativa allo zucchero, avviene in uno spazio temporale brevissimo e tale, quindi, da ridurre al minimo il pericolo di controlli a sorpresa. Dalla metà di dicembre 1985 al marzo 1986 fu infatti impiegata una quantità di metanolo di circa 2 tonnellate e mezzo.

 

I provvedimenti

In seguito allo scandalo, il Governo assunse una serie di provvedimenti d’urgenza, "misure d’emergenza" o “fantasiosa insalata di disposizioni” (secondo i magistrati dell’epoca) eterogenei, non inerenti ai metodi di produzione ma solo fiscali e procedurali, e non sempre adeguati. Il 12 aprile 1986 il Ministero della Sanità emanò l’ordinanza n. 267900 Misure cautelative urgenti di tutela della salute pubblica dirette ad evitare il rischio di immissione al consumo di vini adulterati con metanolo, con la quale si vietava la distribuzione, la vendita e somministrazione dei vini prodotti o commercializzati da un elenco di aziende riportate in allegato al provvedimento e cioè le ditte inquisite per adulterazione con metanolo e le ditte i cui campioni evidenziarono all’analisi, un contenuto superiore ai limiti di legge e i cui prodotti furono soggetti a sequestro cautelativo.

 

 

La copertina del N° 34 dei "Quaderni di controinformazione alimentare"
del luglio 1986 quasi interamente dedicato allo scandalo del "metavino"

Il 12 aprile 1986 il Ministero della sanità emana l’ordinanza n. 267900 Misure cautelative urgenti di tutela della salute pubblica dirette ad evitare il rischio di immissione al consumo di vini adulterati con metanolo con la quale si vieta la distribuzione, la vendita e somministrazione dei vini prodotti o commercializzati da un elenco di aziende riportate in allegato al provvedimento e cioè:
a) le ditte inquisite per adulterazione con metanolo;
b) le ditte i cui campioni evidenziano all’analisi un contenuto superiore ai limiti di legge e i cui prodotti sono soggetti a sequestro cautelativo.
Dai dati riportati nell’ordinanza si evidenzia come il fenomeno delle sofisticazioni al metanolo interessi, quasi esclusivamente, le regioni del centro-nord: Piemonte (province di Alessandria, Asti, Cuneo, Novara), Emilia-Romagna (Ravenna, Ferrara, Piacenza, Parma), Provincia Autonoma di Bolzano, Lombardia (Varese), Toscana (Lucca, Firenze, Pisa), Liguria (Genova), Veneto (Treviso,Verona, Padova), Friuli-Venezia Giulia (Udine) e Puglia (Taranto).
Venne poi emanato il D.L. 18 giugno 1986 n. 282 recante Misure urgenti in materia di prevenzione e repressione delle sofisticazioni alimentari convertito con modificazioni nella legge 7 agosto 1986 n.462 (tuttora vigente) con la quale si istituì l’anagrafe vitivinicola su base regionale, destinata a raccogliere per ciascuna delle imprese che producevano, detenevano, elaboravano e commercializzavano uve, mosti, mosti concentrati, vini, vermouth, vini aromatizzati e prodotti derivati, i dati relativi alle rispettive attività.
Vennero potenziati, inoltre, i servizi di controllo aumentando gli organici dei NAS, gli uffici periferici delle dogane e si istituì presso l’allora Ministero dell’agricoltura e delle foreste, l’Ispettorato Centrale Repressione Frodi (oggi ICQRF) articolato in uffici interregionali, regionali e interprovinciali. Alla fine dell’anno fu poi istituita l’Age-Control s.p.a. con il compito di controllare gli aiuti comunitari al fine di prevenire le frodi nei settori che beneficiano delle provvidenze comunitarie tra cui è compreso anche il vino.

 

Tutto è bene quel che finisce bene?

Quello che è accaduto dopo nel comparto vitivinicolo e non solo rappresenta una straordinaria metafora del passaggio, ancora oggi in corso in tutto il sistema produttivo agroalimentare italiano, da un’economia basata sulla quantità ad un’economia che punta invece su qualità e valore. Anche se molto resta da fare, dopo il metanolo, il mondo del vino e dell’agroalimentare made in Italy ha saputo infatti risollevarsi, scommettendo sulla sua identità, sui legami col territorio, sulle certificazioni d’origine.

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